Montecchio su Radio Onda d’Urto
Radio Onda d’Urto ha dedicato alcuni approfondimenti alle trasformazioni del territorio di Montecchio Emilia, dando spazio alle voci di cittadini, agricoltori e tecnici che stanno seguendo da vicino i progetti delle nuove tangenziali e l’ampliamento delle attività estrattive.
In questa pagina abbiamo raccolto gli interventi dei montecchiesi ospitati dalla radio, accompagnandoli con la trascrizione e con la possibilità di ascoltare direttamente le loro parole.
Un ringraziamento ad Elena e a tutta la Redazione di Radio Onda d’Urto per la disponibilità e lo spazio che ci hanno dato.
Davide Gianasi
Esponente della Lista civica Montecchio Bene Comune
Buongiorno e grazie dell’invito. Sono qui per parlare delle vicende di Montecchio Emilia, un comune di circa 11.000 abitanti nel cuore della Val d’Enza, a metà strada tra Reggio Emilia e Parma, fra le colline e il Po.
Siamo nel cuore della cosiddetta Food Valley, in pieno territorio di produzione del Parmigiano Reggiano.
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Negli ultimi decenni questa stessa posizione strategica ha iniziato a produrre effetti molto diversi. Alla crescita del traffico si sono aggiunti un polo estrattivo di quasi 80 ettari, il progressivo consumo di suolo agricolo e una pressione ambientale sempre più forte su un territorio relativamente piccolo.
Per capirci, Montecchio ha una percentuale di suolo consumato, secondo i dati ISPRAL’ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale è un ente pubblico nazionale di ricerca che svolge attività tecnico-scientifiche, di monitoraggio e supporto alle politiche in materia ambientale., l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, di circa il 21%. È il doppio rispetto alla media regionale e il triplo di quella nazionale.
Su questo territorio le amministrazioni comunale e provinciale hanno avallato un’espansione dell’area estrattiva di 43 ettari, 60 campi da calcio per darvi un’altra misura, un totale di quasi 5 milioni di metri cubi di ghiaia da estrarre o estratta, un altro 2% di suolo perduto.
Nello stesso periodo, sempre Comune e Provincia, hanno utilizzato l’articolo 53 della legge urbanistica regionale, il cosiddetto procedimento unico, per accelerare due progetti di tangenziale rimasti per decenni fermi nei cassetti.
Il procedimento unico concentra il confronto tecnico nella Conferenza dei Servizi, dove partecipano solo enti, e riduce il confronto politico negli organi eletti a pochi passaggi finali. Formalmente avviene tutto secondo le norme, ma per i cittadini è quasi impossibile capire e intervenire prima che le decisioni siano già definitive.
Così abbiamo la variante sud-ovest, lunga appena un chilometro e mezzo, che passerà vicinissima all’area di riequilibrio ecologico delle sorgenti dell’Enza, una zona protetta fatta di risorgive e boschi ripariali.
Per realizzarla verrà inoltre abbattuta una parte dei filari di via Curiel, un viale di quasi 500 tigli, molti dei quali vicino ai 70 anni di vita, che formano una stupenda galleria verde all’ingresso del paese.
E la bretella nord, che collegherà altre due provinciali, attraverserà aziende agricole, una fattoria didattica e i famosi prati stabili che forniscono il foraggio destinato agli allevamenti del Parmigiano Reggiano.
Ma soprattutto passerà accanto alla nuova espansione della cava. Per questo riteniamo che sia nei fatti molto più vicina a una viabilità di servizio del polo estrattivo che a una vera tangenziale per liberare il centro.
E non siamo i soli a sostenerlo. Nella relazione sul traffico commissionata dalla Provincia e allegata al progetto si afferma che la bretella nord offre, e cito, un “miglioramento modesto sotto il profilo trasportistico”.
Lo stesso studio calcola che il tempo medio di viaggio sulla rete diminuirà di un secondo e mezzo. Conclude che l’opera sarebbe più utile agli insediamenti locali presenti o futuri che alla decongestione del centro abitato.
Tradotto dal linguaggio tecnico, per lo scopo ufficialmente dichiarato, togliere traffico dal centro, l’effetto sarà quasi nullo.
Come Montecchio Bene Comune, una lista civica di sinistra ambientalista, da anni chiediamo trasparenza, partecipazione e un modello alternativo di sviluppo fondato sulla tutela dei beni comuni.
Per molto tempo questa battaglia è rimasta confinata quasi soltanto al confronto istituzionale. La scoperta dell’abbattimento dei tigli di via Curiel, un vero luogo dell’anima per i montecchiesi, è stata l’evento che ha svegliato le coscienze.
Per qualcuno sono soltanto alberi. Per noi e per molti cittadini di Montecchio sono un’infrastruttura ecologica e un pezzo della memoria collettiva del paese. Assorbono l’anidride carbonica, mitigano il caldo, proteggono la biodiversità, abbattono l’inquinamento.
L’informazione è emersa meno di due mesi fa in un’assemblea pubblica su cave e tangenziali, richiesta da una petizione e indetta dall’Amministrazione solo dopo che tutte le scelte erano state ormai fatte.
In quell’occasione i cittadini hanno scoperto tutto, o quasi, quello che era stato deciso a loro insaputa.
Ciò di cui si discute oggi a Montecchio non è semplicemente dove far passare una strada: è il modello di territorio che vogliamo costruire nei prossimi decenni.
Quello che sta accadendo qui non è un fatto locale, ma un esempio molto concreto di come oggi si governa il territorio in tante parti d’Italia.
L’ambiente non è fatto di compartimenti stagni. Non si può valutare una cava senza considerare il traffico, la qualità dell’aria, il consumo di suolo, il danno ambientale complessivo.
Quando si consuma suolo, si perde non soltanto una superficie su una mappa: si perdono la capacità di quel territorio di assorbire acqua, produrre cibo, immagazzinare carbonio, sostenere biodiversità.
Sono servizi ecosistemici che diventano visibili soprattutto quando non ci sono più.
Non si possono considerare l’ambiente, il suolo, il territorio come risorse illimitate. Tutto questo i nostri concittadini lo hanno scoperto da un giorno all’altro e noi pensiamo che non debba funzionare così.
La questione per noi è molto semplice. Chi trae beneficio da queste trasformazioni e chi ne paga il prezzo?
I ricavi dell’attività estrattiva e i benefici economici delle trasformazioni del territorio si concentrano in pochi soggetti. I costi, invece, vengono socializzati.
Li paghiamo tutti, sotto forma di traffico, rumore, polveri, perdita di suolo agricolo, danno pubblico, peggioramento della qualità di vita.
In Emilia-Romagna, gli oneri di escavazione che i cavatori devono pagare corrispondono a 70 centesimi per metro cubo di ghiaia. Un costo che non cambia dal 2014. Nel frattempo, ad esempio, il costo di un caffè è raddoppiato.
Lo stesso metro cubo di ghiaia viene venduto al dettaglio fra i 30 e i 50 euro.
È il solito meccanismo: profitti privati, costi collettivi. Per questo la battaglia ambientale è anche una battaglia di classe e di democrazia.
Si sta costituendo un comitato, nascono iniziative pubbliche. A fine settembre organizzeremo una manifestazione pubblica.
Vogliamo far capire che questa non è una battaglia isolata o di retroguardia. È parte delle lotte che difendono i territori dalla loro trasformazione in merce, dal Bosco Spizio a Reggio Emilia, minacciato dall’ennesimo centro commerciale, fino alla resistenza No TAVLa sigla TAV – Treno ad Alta Velocità è comunemente usata nel dibattito pubblico per indicare i sistemi ferroviari e le infrastrutture dedicati ai collegamenti veloci. Le nuove linee possono avere effetti rilevanti sulla mobilità, sull’uso del suolo e sul territorio attraversato. in Val di Susa.
Per noi l’ambientalismo non è un lusso, né una questione estetica: è una questione di giustizia sociale.
I costi dell’inquinamento, del consumo di suolo, del rumore, della perdita di biodiversità e dei cambiamenti climatici ricadono soprattutto su chi non ha gli strumenti per difendersi.
Essere ambientalisti oggi significa difendere la salute pubblica, difendere i beni comuni, difendere il paesaggio come patrimonio collettivo e non come merce.
Significa mettere al centro l’interesse della comunità prima di quello delle rendite e delle grandi opere che spesso diventano inevitabili solo perché nessuno ha avuto il coraggio di discutere davvero.
Quello che chiediamo è molto semplice: trasparenza, valutazione indipendente, partecipazione reale e la possibilità di discutere pubblicamente ogni scelta che modifica il nostro territorio.
Perché il territorio non appartiene a chi governa oggi, appartiene anche a chi verrà domani e noi abbiamo il dovere di consegnarglielo migliore, non più povero di alberi, di campi, di possibilità e di risorse.
Vi ringrazio ancora per questa possibilità. Se siete interessati a seguire questa lotta, che non è una lotta solo del nostro territorio, non è una lotta solo nostra, potete trovare informazioni sulla nostra pagina Facebook Montecchio Bene Comune.
Lì pubblicheremo anche le informazioni sulla manifestazione di settembre. Grazie ancora, grazie per questo spazio.
Athos Gilli
Titolare dell’Azienda Agricola Gilli Athos
Mi chiamo Athos Gilli, sono titolare dell’Azienda Agricola Gilli Athos e vado a elencare le criticità di questo progetto, tangenziale sud-ovest Montecchio Emilia.
Intanto è un’area già stata alluvionata nel ’49, per circa 50 ettari, a seguito di una piena che poi è rientrata, e non ci sono stati danni a persone, anche perché l’area era a rischio. C’era solo una famiglia di contadini che ha recuperato le vacche.
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Nel ’49 l’acqua saliva lentamente, nessun danno in particolare, solo per le colture.
È un territorio a vocazione agricola, fondamentalmente, perché negli ultimi trent’anni è diventato prato stabile, quindi fondamentalmente sono decine di ettari di foraggio, fieno, ai fini della produzione del Parmigiano Reggiano.
Parliamo del Polo Morini. È una cava di 250.000 metri cubi, quindi una piccola cava, considerando che siamo in prossimità del letto del fiume Enza e quindi, a tre-quattro metri di profondità, massimo cinque, trovano la falda. Quindi non possono andare in profondità come per la Cava Spalletti e dopo pochi metri si devono fermare.
Io sono convinto che nel momento in cui si inizia con l’escavazione per la tangenziale sud-ovest, questa cava diventa attiva e sarà oggetto di contrattazione o scambio con Emiliana Conglomerati, che ha il frantoio in prossimità di questa mini-cava, e dopo conviene estrarla, sfruttarla.
Oggi non conviene. Nel momento in cui c’è la tangenziale…
Ricordo che nel 2012, tre ore di pioggia — non tre giorni di pioggia, tre ore di pioggia — forti, intense, hanno portato…
Io abito in prossimità del Rivone e c’era circa un metro d’acqua.
Ad oggi, con il cambiamento climatico, questa è una piana alluvionale storica.
Nell’Ottocento hanno pensato al Rivone a protezione dei terreni, per fare una strada.
Un’area assolutamente alluvionale. È follia.
Dopodiché, seconda criticità: il Parco Pozzi.
Il Parco Pozzi, che è stato donato da un certo Ulderico Levi nell’Ottocento, ha alimentato per decenni il Comune di Reggio Emilia, quindi un sistema di pozzi molto, molto importante per la città di Reggio Emilia.
Negli ultimi trenta-quarant’anni non è attivo, però sono convinto che nei prossimi decenni, in futuro, con l’abbassamento delle falde in generale, potrebbe tornare una riserva d’acqua che potrebbe tornare utile.
Se si dà adito alla cava, a questo Polo Morini, questa mini-cava, che è proprio adiacente a questa riserva d’acqua, se ne compromette l’uso.
E questo è un altro aspetto.
Quindi fare tangenziale, cava di fianco alla riserva d’acqua… non ci siamo.
Dopodiché veniamo alla terza rotonda, in prossimità di questo famoso viale alberato che per il Comune di Montecchio è un viale importante.
Probabilmente tra i più importanti di tutta l’Emilia-Romagna.
500 piante.
L’amministrazione parla di 50 piante. Dopodiché, se noi togliessimo, sfoltissimo una pianta su dieci, non te ne accorgi neanche. Se ne tagli 50 secchi, sono piante che hanno 70-80 anni, è un bel buco.
E anche lì, con il cambiamento climatico, anche in prospettiva, non va bene.
Il tutto fa riferimento a tutto questo traffico che verrà deviato, comunque ritorna su un ponte e su una doppia curva del Parmense, che presentano diverse criticità.
Intanto il ponte è della fine dell’Ottocento, ha 150 anni. Non c’era un camion nel 1870-1880, c’erano carri, i cavalli, i muli.
Quindi non è stato progettato per camion da 300 quintali, carichi di ghiaia, magari d’inverno, con l’acqua, anche 350 quintali.
È un ponte che è stato sicuramente potenziato nelle fondamenta. Dopodiché i piloni sono scoperti, fondamentalmente. Cioè, le alluvioni che si sono susseguite in questi decenni hanno fatto sì che i piloni — non dico sembrano sospesi — comunque si vede anche a occhio.
Sono stati potenziati con tutte le opere negli anni ’90, è stato messo in sicurezza, però in prospettiva non puoi andare avanti altri cent’anni con un ponte del genere.
È un ponte che ha delle criticità.
Non a caso ci sarà in progetto un nuovo ponte, Comune di Montecchio, Comune di San Polo, assorbirà buona parte di questi flussi.
Questo è…
Ah, dimenticavo il Canale Vernazza.
Il Canale Vernazza è un canale… parliamo dei tempi di Carlo Magno, parliamo del 980 d.C.
È probabilmente il primo canale di presa dell’Enza, che alimentava otto mulini all’altezza di Calerno.
Canale che sicuramente aveva un suo senso economico. È un canale che in questo momento non ha sicuramente queste funzioni, ma è fondamentale per far defluire le acque.
Ricordo che in alcuni punti, tipo l’ospedale di Montecchio, sono circa due metri al di sotto del manto stradale.
Già abbiamo avuto di recente dei problemi con l’ospedale, che è molto a rischio.
Le deviazioni del Canale Vernazza sono un aspetto sottovalutato.
Verrà deviato sia per la tangenziale sud-ovest che per la tangenziale nord e quindi con dei nuovi percorsi.
Sicuramente i progetti ci sono, però diciamo che in 1.050 anni ha fatto le sue funzioni.
C’è il cambiamento climatico: se ci sarà una bomba d’acqua su Montecchio rischiamo di avere l’ospedale con due metri d’acqua, rischiamo di perdere l’ospedale, oltre alle centinaia di famiglie che sono interessate.
Il Canale Vernazza ha delle funzioni essenziali per far defluire un sistema di acque e ha sempre funzionato bene.
Andarlo a rompere in vari punti e ricostituirne il percorso presenta delle criticità.
Sabrina Spaggiari
Imprenditrice agricola di Montecchio Emilia
Buongiorno, sono un’imprenditrice, titolare di un’azienda agricola a conduzione familiare. Mi chiamo Sabrina Spaggiari, ho 55 anni, abito e lavoro a Montecchio Emilia da sempre.
Vorrei parlarvi di un progetto impattante nel cuore di un territorio agricolo, perché il mio unico lavoro, che svolgo da 38 anni, è essere imprenditrice agricola. Oggi conduco l’azienda agricola con mio marito e i nostri quattro figli.
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Vicino a noi esiste un frantoio e da oltre 25 anni una cava di ghiaia e, con essa, una camionabile utilizzata dai mezzi della cava. Oggi si aggiunge il progetto della nuova bretella nord ed è previsto anche il raddoppio di escavazione della Cava Spalletti.
A pagare le conseguenze sono sei aziende agricole storiche che da generazioni lavorano queste terre. Producono latte per la filiera del Parmigiano Reggiano, coltivando medicai, frumenti e prati stabili, fondamentali per la sua produzione.
Tra queste aziende c’è anche la nostra azienda agricola. Cinque generazioni, cento anni di storia, oggi principalmente la conducono quattro giovani agricoltori al primo insediamento.
Oggi però la nuova bretella rischia di dividere la nostra azienda agricola attraversando terreni produttivi, abbattendo un vigneto di nuova generazione irrigato ad ala gocciolante.
Inoltre il tracciato attraversa l’area dove si trovano tre pozzi aziendali in uso e passerebbe a 8 metri di distanza da un nostro fabbricato.
Il progetto, impattante, prevede tre rotatorie: una sulla SP12 con uscita diretta nel frantoio, una adiacente all’area interessata dall’ampliamento della cava, una in collegamento con strada Calerno con uscita sulla provinciale SP67, la stessa in cui oggi esce la camionabile utilizzata dalla cava da ben 25 anni.
La nuova bretella quindi verrebbe realizzata a pochi metri di distanza, in un territorio agricolo dove esiste già una viabilità per il traffico pesante.
Contemporaneamente è prevista l’espansione della cava di ghiaia con un ampliamento di circa 50 ettari, con scavi che arrivano a circa 14 metri di profondità, sempre che tutto avvenga rigorosamente controllato.
Certamente si aggraveranno ulteriormente le falde acquifere. Inoltre le cave e le tangenziali interromperanno, con tombamenti, quello che è un sistema idraulico efficiente da secoli nel nostro territorio.
Che cosa significa per la nostra azienda? Per noi significa prima di tutto perdere terreno agricolo produttivo, quindi un gravoso consumo di suolo.
Significa dividere i nostri terreni e le proprietà e avere tre pozzi aziendali all’interno dell’area interessata dalla nuova infrastruttura, abbattendo un vigneto produttivo.
Ma il problema non riguarda solo le aziende agricole: l’impatto riguarderà tutto il territorio.
L’ampliamento della cava significa maggiore attività estrattiva, maggiore movimentazione di ghiaia e maggiore presenza di mezzi pesanti.
Significa anche più polveri disperse nell’ambiente: sui campi, le piante, i vigneti, gli animali, le aziende, le abitazioni, le persone che vivono in questa zona e vicino al paese.
Poi c’è il tema dell’acqua pulita e delle falde acquifere. Quando si interviene sul sottosuolo con scavi che arrivano a 14 metri o anche più, in un territorio agricolo dove sono presenti pozzi, la tutela della risorsa idrica diventa fondamentale per la vita di tutti gli esseri viventi.
Per l’azienda agricola l’acqua significa poter allevare, coltivare, produrre cibo, cibo sano per tutti. L’acqua è vita.
Riguardo il consumo di suolo, se dove oggi esistono campi, prati stabili, vigneti e coltivazioni ci saranno nuove infrastrutture e cave, i terreni verranno distrutti e addirittura rimarranno 5 metri di dislivello dal piano campagna e non torneranno più ad essere terreni fertili e coltivabili.
Se si aumenta asfalto e infrastrutture, di conseguenza aumenta il calore, contribuendo al surriscaldamento locale e alla siccità.
Si produce inquinamento, proseguendo l’iter dei cambiamenti climatici che oggi avanzano veloci.
Non si possono produrre cibi sani se distruggiamo le condizioni che permettono alle aziende agricole di avere un futuro.
Lo sviluppo deve tener conto di ciò che esiste: delle aziende agricole, dei terreni produttivi, dell’acqua, dell’aria, dell’ambiente, delle persone e di ogni essere vivente.
Tanti cittadini di Montecchio Emilia, firmatari della petizione in data 20 aprile 2026, hanno chiesto informazione e confronto su opere così impattanti e tutto ciò è un loro diritto.
Concludo invitando tutti a fare una precisa riflessione con responsabilità e con un minimo di lungimiranza, tenendo conto dell’ambiente che ci circonda, di tutti gli esseri viventi e che il suolo del pianeta è uno solo. Grazie a tutti per l’ascolto.
Giuseppe Bronzoni
Dottore in Scienze Agrarie
Mi chiamo Giuseppe Bronzoni, sono un dottore in Scienze Agrarie e sono pensionato. Sono nato e sono residente a Montecchio Emilia.
Ho passato però quasi 40 anni della mia vita in paesi del Sud del mondo, in America Latina, in Africa e nel Sud-est asiatico, lavorando in progetti di cooperazione finanziati dalla Commissione Europea o dalle Nazioni Unite, come tecnico o come gestore, project manager.
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Negli ultimi mesi, cittadini di Montecchio Emilia hanno manifestato viva preoccupazione e dissenso rispetto a decisioni dell’Amministrazione comunale in materia di viabilità e di attività di estrazione di materiali inerti, ghiaie e sabbia.
In particolare sulla costruzione di due tangenziali, la tangenziale sud e la nord, e l’ampliamento di 42,4 ettari della superficie dove l’azienda Emiliana Conglomerati è autorizzata ad estrarre materiali inerti, stimati in un volume di circa 2 milioni di metri cubi.
Interessante notare che i firmatari della petizione non sono in principio contrari alle tangenziali, ma piuttosto rivendicano il diritto a partecipare nel processo decisionale. Circa però l’ampliamento delle cave, i firmatari della petizione esprimono dissenso.
Io mi sono schierato con il movimento di dissenso, firmatario della petizione, per un fatto di coscienza. Credo che non si possa più gestire il mondo in cui viviamo come se questa crescita economica fosse l’unica possibile e fosse senza fine.
Credo che non si possa più consumare suolo agricolo impunemente. Nel caso di Montecchio ci troviamo di fronte a suoli fertili, situati in zone pianeggianti, dove la minaccia di distruzione non è costituita da fattori naturali, ma da opere concepite, progettate e realizzate dall’uomo stesso, pertanto da minacce antropiche.
Tali minacce antropiche si propongono con documenti ineccepibili, con rendering paradisiaci, con tutte le approvazioni possibili. Si tratta però di opere intrinsecamente brutali.
Nel caso delle tangenziali, immaginate cosa vuol dire sradicare tutte le piante, piccole o grandi, che si trovano sul tragitto della strada, poi scorticare lo strato superficiale organico del terreno e coprire lo stesso con strati compattati di materiali inerti che alla fine vengono asfaltati.
Nel caso delle cave, anche lì rimuovere tutta la vegetazione esistente, scorticare lo strato superficiale fertile ed accumularlo a lato. Poi scavare voragini fino a 14 metri ed oltre di profondità.
Una volta esauriti, i terreni di cava non tornano mai alla fertilità che possedevano prima della cosiddetta coltivazione della cava. Sono lasciati a vari metri sotto il livello di campagna. Il paesaggio agrario viene in questo modo sconvolto.
Proverò allora a menzionare alcuni fattori tecnici, ma non solo, che contribuiscono a dare forma a questa minaccia antropica sui suoli.
Il primo fattore è la mancanza di conoscenza istituzionale sul consumo di suolo. Nel caso di Montecchio, ISPRA informa che il suolo consumato è passato da un totale di 255,4 ettari nel 2014 a un totale di 291,7 ettari nel 2024, con un incremento di 3,6 ettari all’anno, raggiungendo nel 2024 una percentuale di suolo consumato sul totale del territorio comunale di più di circa il 18%.
La realizzazione dell’ampliamento della Cava Spalletti, con un consumo di suolo attorno ai 42 ettari, e delle due tangenziali, con un consumo di suolo stimato di 10 ettari, rappresenterebbe un incremento totale del 18% rispetto al consumo accumulato al 2024, portando al 21%, cioè a un quinto, la percentuale di suolo consumato sul totale del territorio comunale.
Aumento della percentuale di suolo consumato, cioè impermeabilizzato, significa incremento delle temperature urbane e maggiore rischio di portate incontrollabili dei ruscellamenti urbani in caso di piogge ad alta intensità e quindi di allagamenti.
C’è però anche una mancanza di conoscenza istituzionale sulla perdita dei servizi ecosistemici. I servizi ecosistemici sono definiti come i benefici molteplici che i sistemi naturali, cioè le foreste, gli oceani, i fiumi, i suoli, offrono gratuitamente agli esseri umani e che sono essenziali per la nostra sopravvivenza.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica li suddivide in quattro categorie principali. I servizi ecosistemici rappresentano il valore reale e concreto del nostro capitale naturale.
ISPRA stima in 100.000 euro all’ettaro per anno il valore della perdita dei servizi ecosistemici nel caso di suoli impermeabilizzati. La realizzazione dell’ampliamento della Cava Spalletti, con un consumo di suolo di 42 ettari, e delle due tangenziali, consumo stimato di 10 ettari, una volta realizzati comporterebbero una perdita annuale di servizi ecosistemici valorizzata in 5,2 milioni di euro all’anno.
Un altro fattore che caratterizza questo rischio antropico è l’iter di approvazione dei progetti. In tale procedimento la partecipazione della cittadinanza è in qualche modo sostituita dalla cosiddetta Conferenza dei Servizi, in cui varie istituzioni vengono chiamate a pronunciarsi sui progetti proposti.
L’Amministrazione comunale non ha mai chiamato assemblee pubbliche della cittadinanza per presentare e spiegare i progetti durante l’elaborazione degli stessi, per ricevere commenti ed osservazioni in un clima di onesto dialogo. L’unica assemblea pubblica è stata convocata solo dopo che la petizione di dissenso era stata consegnata e quando già i progetti erano approvati o in fase di approvazione.
Il documento Variante specifica 2025 al Piano delle Attività Estrattive del Comune di Montecchio Emilia riconosce che l’alta pianura dove si collocano le vecchie e future cave Spalletti di Emiliana Conglomerati è un importante settore di ricarica degli acquiferi profondi, intensamente sfruttati anche ad uso idropotabile.
Nello stesso documento poi si sancisce che il controllo qualitativo e quantitativo delle acque sotterranee, in passato a carico di ARPAL’ARPA – Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale era la denominazione dell’agenzia pubblica impegnata nei controlli e nel monitoraggio ambientale. In Emilia-Romagna l’ente oggi si chiama ARPAE, con competenze anche in materia di prevenzione ambientale, autorizzazioni e vigilanza., poi del Comune di Montecchio e poi dal 2011 al 2017 in carico a nessuno, è ora a carico, pensate un po’, della stessa Emiliana Conglomerati.
È facile prevedere che le curve di saturazione dell’acqua nel suolo agrario andranno progressivamente abbassandosi, avvicinandosi alle cave, determinando minore disponibilità di acqua per le piante coltivate.
Altro aspetto del rischio antropico è la valutazione dell’impatto ambientale riferente all’ampliamento delle cave. È stato reso pubblico nel 2026 un documento della Regione Emilia-Romagna denominato Determina.
È un documento di interessante lettura perché sembrerebbe qui che la costruzione della tangenziale nord, che è funzionale solo all’ampliamento delle cave, giustifichi l’ampliamento stesso delle cave.
Non si dice però che la tangenziale nord richiederebbe per la sua costruzione al massimo, stimato in eccesso, diciamo 100.000 metri cubi di ghiaia, in eccesso ripeto, mentre l’ampliamento prevede la produzione di quasi 2.000.000 di metri cubi.
I circa 423.000 metri cubi di materiale da estrarre dalle cave esistenti, rilevati a fine 2024, sarebbero sufficienti a coprire il fabbisogno di varie tangenziali, senza bisogno di ampliamenti di sorta.
A pagina 14, i volumi pianificati della variante pari a 1.900.000 metri cubi, a cui si aggiunge il residuo di pianificazione vigente, 423.000 metri cubi, in un arco temporale di circa 6 anni, considerando l’estrazione di poco meno di 350.000 metri cubi all’anno, cui si aggiungono circa 6 mesi per l’attività di recupero una volta ultimati gli scavi.
La vera finalità è dunque far lavorare Emiliana Conglomerati per altri sei anni, non importa quali conseguenze ambientali, sociali ed economiche tale decisione comporti.
Ma lo stesso documento, a pagina 17, afferma che la perdita di suolo è solo temporanea, perché evidentemente dopo si avverrà il paradiso in terra garantito, come afferma il sindaco di Montecchio, dall’agricoltura rigenerativa. Tutto buffo, se non fosse tragico.
Esisteva poi un tracciato alternativo a sud della camionabile. Chi decide il tracciato è Emiliana Conglomerati e poche balle.
Sul tracciato della tangenziale esiste una rotonda intermedia le cui uscite non portano da nessuna parte e chiaramente la rotonda è prevista per l’uscita dalle nuove cave, pagata con denaro pubblico.
Inoltre il tracciato della tangenziale nord sacrificherebbe dai 2 ai 3 ettari di terre agricole fertilissime, attualmente coltivate a vigneti, prati stabili, medicaie e frumento. Almeno 3 pozzi esistenti sarebbero distrutti.
Piante secolari, fra cui una quercia con più di 3 metri di diametro alla base, rischiano di essere sacrificate. Alcune fra le migliori aziende agricole che ancora rimangono a Montecchio sarebbero amputate e frammentate, compromettendo seriamente la funzionalità e la produttività.
Riguardo alla tangenziale sud, devo dire che è stato molto brutto il fatto che i cittadini di Montecchio, e chissà, forse anche la stessa Giunta comunale in carica, venissero a sapere soltanto nel corso dell’assemblea pubblica convocata dal Comune, in risposta alla petizione dei dissenzienti, che la costruzione della rotonda di inserzione della tangenziale sud sulla provinciale per Parma comporterebbe il sacrificio di almeno 52 tigli, quasi secolari, che conformano il viale alberato che conduce al ponte sull’Enza.
In più, in questa estate infuocata con temperature sui 40 gradi, il fatto che l’Amministrazione comunale accetti il sacrificio dei 52 tigli la dice lunga sulla visione progressista di questa Amministrazione.
Come si risolverà la questione? Non certo con la rigidità mostrata da questa Amministrazione comunale, che chiama Carabinieri e Polizia Locale a presidiare l’assemblea e i Consigli comunali.
Io credo che si debba rimettere tutto in discussione e lavorare in forma partecipativa per una soluzione ampiamente condivisa.
Ultimo punto: la sacralità dell’agricoltura. Parlando di consumo o distruzione di suolo agricolo, possiamo evocare tanti fattori: la perdita di servizi ecosistemici, l’impermeabilizzazione del suolo, la ridotta infiltrazione delle acque nel suolo, l’aumento del ruscellamento e del rischio inondazione, la falsità dell’affermazione riguardo al recupero delle aree di cava, eccetera, eccetera.
Però ciò che personalmente mi ferisce maggiormente è l’asfaltatura e la distruzione delle attività agricole.
Nella mia carriera professionale ho lavorato sempre in un senso contrario, per permettere l’accesso alle attività agricole di agricoltori che per la guerra, come ad esempio in Sri Lanka, o per disastri naturali, come in Ecuador, nel nord-est del Brasile, avevano dovuto abbandonare la terra.
Il fatto che ora qui in Italia, nel paese dove sono nato, si operi invece per distruggere l’attività agricola mi sembra contro la natura e quasi sacrilego.
Ricordiamoci che crescita economica non è sinonimo di sviluppo sociale, ambientale o economico. Se non c’è sostenibilità non è altro che far girare soldi, ma i soldi alla fine non si mangiano.
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